Meravigliosa Zanzibar

Zanzibar è un’isola di storia o meglio di storie, di intrecci di popoli dominatori e dominati: bantu, portoghesi, inglesi, arabi dell’antico Oman, indiani e europei attuali sono passati, hanno vissuto e vivono ancora oggi nell’isola. Colonialismo e commercio furono i motivi di questo grande passaggio di uomini che oggi convivono in pace ognuno praticando la propria religione.


Il nome Zanzibar ha due possibili origini. Secondo sir Burton, l’esploratore inglese, esso nacque dalla frase araba [zayn za’l barr], ovvero [bella è quest’isola]. Secondo studiosi della lingua persiana, invece, deriverebbe dall’unione del termine [zanh], [nero] e [bar], [terra] e quindi il nome dell’isola significherebbe [terra dei neri]. L’antico termine bantu originario, però, è Unguja e come tale l’isola è ancora chiamata spesso dagli abitanti zanzibarini.

Popolo saggio e fiero della propria cultura non si è mai scontrato per ragioni di “identità” o “finte identità”: contaminazioni di cibi, di stili musicali, talvolta anche di alcuni aspetti religiosi danno all’isola un’impronta veramente originale e sono esempio di un corretto modo di convivenza e crescita civile per l’intera umanità.

Zanzibar oggi è l’ereditiera di secoli di contatti tra svariati popoli e culture; a differenza di numerose altre zone dell’Africa, però, ad Unguja non si riscontrano lotte inter-tribali o genocidi in nome di una religione. L'isola pullula di diversità culturale, le credenze religiose, le pratiche legate ad esse, lo stile dell’architettura della capitale Stone Town, i ghirigori degli intarsi degli oggetti in legno, il cibo e il modo di vestirsi ne sono sicuramente un esempio chiarificatore.

Zanzibar è un’isola magica e affascinante che saprà donarvi quello che desidererete, se solo saprete farvi trascinare dalla sua poesia. Zanzibar può regalarvi grandi emozioni e lasciare in voi ricordi indelebili; paesaggi incontaminati, cultura, musica, cibi e usanze locali vi avvolgeranno in un vortice di curiosità che non potrà essere placato dopo una sola vacanza.


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Sam Marsigliese


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La Luftwaffe nella Seconda Guerra Mondiale

Un fulmine sulla Polonia


La "guerra lampo" condotta contro la Polonia non era stata una gita di piacere, bensì una dura lotta contro un nemico tenace. Tenendo presente che la campagna era durata soltanto quattro settimane, le perdite della Luftwaffe risultano rilevanti : 734 soldati e 285 aerei, di cui 109 bombardieri e Stuka.

Contrariamente a tutte le affermazioni, le unità dell’aviazione polacca non vennero distrutte a terra fin dai primi due giorni del conflitto. La brigata dei bombardieri polacchi continuò fino al 16 settembre ad attaccare a bassa quota le truppe tedesche. Gli aerei polacchi, inferiori sul piano numerico e qualitativo, non hanno naturalmente potuto togliere agli stormi tedeschi la supremazia nei cieli.
La Luftwaffe ha contribuito in modo decisivo al rapido svolgimento della campagna, soprattutto con l’appoggio diretto e indiretto dato all’esercito. La distruzione dei mezzi di trasporto e di comunicazione aveva paralizzato il nemico più del bombardamento degli aeroporti e delle fabbriche. L’efficacia di questi bombardamenti era stata sopravvalutata.
Varsavia non era stata una "città aperta", ma una fortezza difesa strenuamente. Dopo cinque inutili intimazioni alla resa, il 25 settembre 1939 avvenne l’unico attacco aereo massiccio che condusse alla capitolazione della capitale polacca.
La campagna polacca era stata un “modello” per l’impiego comune dell’aviazione e dell’esercito, in vista di nuove “guerre lampo”. Le esperienze e gli insegnamenti di questa campagna mostrano anche, però, che la Luftwaffe era abbastanza forte solamente quando si trattava di un fronte unico e di un conflitto limitato nel tempo.


Un "triangolo bagnato": il Mar del Nord


La guerra nei cieli dell’Occidente era caratterizzata all’inizio dall’estrema prudenza delle due parti. Né la Luftwaffe né la Royal Air Force potevano sganciare bombe sul territorio nemico nell’autunno e inverno del 1939. I tedeschi speravano in un ripensamento inglese mentre questi ultimi non si sentivano ancora abbastanza forti per iniziare la battaglia nei cieli. L’unico obbiettivo d’attacco concesso era rappresentato dalle navi da guerra nemiche.
Agli inizi della guerra non si avverano le grandi speranze riposte nei caccia e nei bombardieri da picchiata, di cui si credeva che sarebbero stati capaci di ripulire il mare dalla flotta nemica. Le cause vanno ricercate nelle avverse condizioni meteorologiche, nella scarsa esperienza degli equipaggi dei bombardieri nel volo sul mare, nella ricerca, nel riconoscimento e nell’attacco delle forze navali. La valutazione dei risultati raggiunti era oltremodo esagerata.
La prima grande battaglia aerea della guerra, avvenuta il 18 dicembre 1939 sulla Baia Tedesca, dimostrò che i bombardieri non scortati dovevano avere la peggio nei confronti dei caccia dell’avversario. Ciò valeva per entrambe le parti e così i bombardieri spostarono i loro attacchi alle ore notturne, nonostante le minori possibilità di tiro esatto. Una gran parte delle distruzioni di costruzioni non militari, in una fase più avanzata della guerra, è dovuta a questo fatto.
Il balzo contro la Norvegia, compiuto il 9 aprile 1940, rappresentava un grosso rischio per il supremo comando militare tedesco. Il successo o l’insuccesso era condizionato dalla capacità della marina e della Luftwaffe di occupare con un colpo di mano i punti più importanti della costa e gli aeroporti. Il primo grande "ponte aereo" del mondo era formato da circa 500 aerei da trasporto ed era la prima volta che i soldati "piovvero dal cielo". Il segreto della nuova arma dei paracadutisti era stato reso di dominio pubblico.


Assalto all’occidente


Già i primi giorni della campagna in occidente dimostrarono che anche le migliori fortificazioni non sapevano resistere agli attacchi simultanei dell’aviazione e della fanteria. La Luftwaffe preparava l’occupazione di una fortificazione, poi la fanteria e i carri armati la realizzavano. Venne compiuto, così, più velocemente del previsto, anche il passaggio forzato del fronte fortemente difeso del Maas.
Le temerarie azioni isolate, come l’atterraggio dei pionieri paracadutisti sul fronte di chiusura Eben Emael e sui ponti del canale Alberto ebbero l’effetto di paralizzare temporaneamente il nemico, ma dovevano essere sempre collegate alla rapida avanzata delle truppe. Le unità paracadutate, prive di armi pesanti, erano troppo deboli per consolidare il successo iniziale. Tutto ciò valeva anche per l’atterraggio dei paracadutisti e delle truppe aviotrasportate in Olanda, benché non disponessero dell’importante elemento sorpresa, avendo già rivelato la loro esistenza durante l’attacco alla Norvegia. I difensori ebbero la possibilità di prepararsi a questa nuova forma di attacco, e ciò fu causa degli insuccessi degli atterraggi di truppe compiuti presso l’Aia. La perdita di centinaia di aerei da trasporto, dati in maggior parte dalle scuole di pilotaggio della Luftwaffe, ostacolò più tardi seriamente la formazione delle nuove leve.
La Luftwaffe fu in grado non solo di sgomberare il cammino al contingente di carri armati che avanzava in Francia, ma anche di sorvegliare i suoi lunghi fianchi indifesi. Gli aerei da combattimento e gli Stuka, anche se inesperti della lotta contro i carri armati, riuscirono più volte a indebolire decisamente le pericolose azioni laterali dei carri armati nemici.
La Luftwaffe non seppe affrontare a Dunkerque il compito di impedire l’evacuazione delle truppe inglesi e francesi. Mancarono le condizioni essenziali di una riuscita : le condizioni meteorologiche favorevoli, le basi di operazione vicino al fronte, la creazione di un punto di gravità. Nel corso dell’operazione "Dynamo", cioè dell’evacuazione durata nove giorni, la Luftwaffe poté intervenire con forze considerevoli soltanto per due giorni e mezzo. Glia aerei da combattimento e gli Stuka dovettero subire per la prima volta delle perdite provocate dai caccia inglesi operanti dalle loro vicine basi.
Il resto della campagna di Francia non diede compiti difficili da risolvere alla Luftwaffe. Ciò nonostante, le sue unità ebbero poi bisogno di riposo e completamento. Contro l’Inghilterra si sarebbero potute rivolgere immediatamente soltanto delle forze minori. Si dovettero prima organizzare i servizi a terra nella Francia del Nord. La Royal Air Force approfittò della tregua per rinforzare la difesa. Ambedue le parti si preparavano all’imminente battaglia.


La battaglia nei cieli inglesi


Il tentativo compiuto nell’estate e nell’autunno del 1940 di "rendere disposta alla pace" l’Inghilterra, unicamente con gli attacchi aerei, era destinato a fallire. Le cause principali di questo errore che ebbe gravi conseguenze militari furono le seguenti: Hitler aveva dichiarato ancora nel 1938 che una guerra contro l’Inghilterra era da ritenersi esclusa. La Luftwaffe non era perciò preparata ad una simile eventualità. Le mancava più che altro un bombardiere quadrimotore pesante. L’elaborazione di quest’ultimo era stata interrotta nel 1936 in favore degli Stuka. I bombardieri tedeschi Do 17, He 111 e Ju 88 erano troppo leggeri e vulnerabili, avevano armi difensive troppo deboli, un raggio d’azione limitato e uno scarso carico di bombe.
L’arma dei caccia tedeschi disponeva all’inizio della battaglia soltanto di 700 Me 109 pronti all’azione. Non poteva dunque assolvere neanche in senso numerico il duplice compito di dedicarsi alla caccia libera e di scortare le formazioni dei bombardieri. Il modesto raggio d’azione del Me 109 (fino a Londra) limitava di giorno al Sud-est inglese la zona d’operazione dei bombardieri. Senza la scorta dei caccia i bombardieri erano perduti. I distruttori Me 110 non erano quasi in grado di proteggere i bombardieri, in quanto questi bimotori erano svantaggiati nei confronti dei caccia britannici. La Luftwaffe non possedeva dei caccia a un motore con un lungo raggio d’azione.
La catena chiusa dei radar segnalava ogni attacco ai difensori. Gli attacchi a sorpresa erano perciò quasi del tutto esclusi. Non si riuscì a sconfiggere in maniera decisiva i caccia britannici, ben diretti dal suolo e non si riuscì a conquistare la supremazia nei cieli.
Contro ogni previsione tedesca, il numero dei caccia britannici (anch’essi intorno ai 700) diminuì appena nel corso della battaglia, nonostante le gravi perdite subite. L’Inghilterra produsse nei mesi successivi più del doppio dei caccia prodotti in Germania.
Gli attacchi diurni dei bombardieri tedeschi contro gli obbiettivi militari più importanti (gli unici attacchi che promettevano buoni risultati data la precisione della mira) dovettero essere sospesi per il maltempo e per le perdite intollerabili.
Göring e i capi militari della Luftwaffe alternavano a ogni piè sospinto l’obiettivo. Ciò provocò una dispersione delle forze, i punti essenziali non vennero attaccati con la tenacia dovuta.
L’effetto dei bombardamenti, specialmente di quelli notturni, venne largamente sopravvalutato. Anche i colpi più duri, del tipo di quelli inflitti a Londra o a Coventry, non ebbero il potere di intaccare la volontà di resistenza della popolazione. Ebbero piuttosto l’effetto contrario: un fatto provato alcuni anni dopo dai ben più duri attacchi inglesi condotti contro la Germania.
La Germania non possedeva in quantità sufficiente i sommergibili e i bombardieri a lungo raggio d’azione, necessari a colpire i trasporti britannici d’importanza vitale, i convogli in alto mare e i maggiori porti, come voluto dalla Istruzione del Führer n. 9 in data 29 novembre 1939.
La decisione di Hitler di aggredire la Russia venne presa già nel luglio del 1940, cioè prima dell’inizio della battaglia nei cieli d’Inghilterra. Da quel momento la lotta in Occidente non occupava più un posto di primo piano nei piani dei dirigenti politici tedeschi. Nonostante la difficoltà dell’azione condotta contro l’Inghilterra i rifornimenti della Luftwaffe non avevano la precedenza nei confronti degli altri settori dell’industria bellica. La battaglia aerea venne sospesa definitivamente nella primavera del 1941, quando la Luftwaffe si spostò a Est insieme con la maggior parte della Wehrmacht.


1941: la lotta nell’area del Mediterraneo


Il fallimento dell’offensiva italiana in Grecia assicurò una forte posizione agli inglesi nel Sud est europeo. Ciò costituiva una minaccia per l’importante regione petrolifera romena e per l’ala sud delle forze tedesche destinate alle future operazioni dell’Est. La campagna dei Balcani riuscì a eliminare questo pericolo, ma l’operazione "Barbarossa", la guerra contro la Russia, subì un ritardo, forse decisivo, di un mese.
L’occupazione di Creta, punto culminante della campagna dei Balcani, cagionò gravi e sanguinose perdite ai paracadutisti impegnati nella lotta. Questa "vittoria di Pirro" fece sì che il contingente dei paracadutisti, portato a più divisioni nel corso della guerra, non venne più impiegato ai fini di un grande lancio in massa.
Le perdite erano dovute più che altro al "lancio eseguito in territorio strenuamente difeso dal nemico". I paracadutisti, una volta atterrati, non erano quasi mai in grado di raggiungere le armi lanciate a parte e vennero gradualmente annientati. Le truppe atterrate in zone libere dal nemico poterono invece riunirsi e attaccare compatte.
Un altro serio svantaggio era dato dalla polvere accumulata sui campi d’aviazione in Grecia, punto di partenza delle truppe aviotrasportate. Ciò impedì un intervento compatto della seconda ondata di paracadutisti. Il comando dell’undicesima squadra aerea non ebbe notizie della situazione disperata in cui si trovava la prima ondata dei paracadutisti lanciati a Creta fino al pomeriggio del giorno dell’attacco. Il tentativo di modificare all’ultimo momento la direzione del volo della seconda ondata per impiegarla nella zona dove lottava la prima, non poté essere attuato.
Creta venne occupata in quanto si riuscì a prendere con un ultimo sforzo l’aeroporto di Malemes. Dal pomeriggio del secondo giorno dell’offensiva in poi atterrarono nel fuoco nemico i gruppi di trasporto con gli alpini. Essi rappresentarono per i paracadutisti il rinforzo necessario a continuare l’attacco sull’isola.
La supremazia della forte flotta britannica del Mediterraneo sui mari intorno a Creta e la supremazia aerea dell’ottava squadra aerea tedesca nella stessa zona, ebbero come conseguenza la prima battaglia aero-navale della storia. Essa si risolse dopo alcuni giorni con la vittoria indiscussa della Luftwaffe. La flotta britannica subì gravi perdite e dovette ritirarsi. Ciò segnò anche il destino di Creta.


La difesa della Germania


Nell’estate e nell’autunno 1941, due terzi della Luftwaffe combatterono nei cieli della Russia, mentre il restante terzo continuava a battersi contro l’Inghilterra nel bacino mediterraneo e sulla Manica. Sul fronte orientale l’aviazione tedesca registrò grandi successi, ma i rifornimenti non riuscirono a mantenere il passo con il formidabile consumo di materiali. Il numero di caccia e di bombardieri in grado di entrare in azione segnò un calo spaventoso. L’obbiettivo militare, quello di "vincere la Russia nel corso di una rapida campagna", non venne raggiunto prima dell’inizio del periodo del fango e poi quello del gelo nell’inverno 1941-42.
La riorganizzazione dei quadri direttivi dell’aviazione tedesca, resasi necessaria con l’estensione della guerra a vari fronti e in vista dell’enorme ampliamento del teatro di operazioni orientali, non avvenne. Le proposte miranti a riunire tutti i bombardieri in un "corpo a largo raggio d’azione", da impiegarsi in punti di forza da stabilirsi di volta in volta, e di affidare il compito di un valido appoggio aereo all’esercito a varie grandi unità tattiche dell’aviazione (provviste di ricognitori, bombardieri e artiglierie contraeree) non vennero prese in considerazione.
In conseguenza, le squadre aeree vennero impiegate durante la campagna di Russia principalmente in funzione di arma ausiliaria dell’esercito, in appoggio alle operazioni terrestri. La condotta strategica della guerra aerea non superò la fase iniziale. Non la superò prima di tutto perché non esisteva un bombardiere a largo raggio d’azione, poi, perché anche i bombardieri a medio raggio d’azione vennero impiegati alla spicciolata nelle varie battaglie, anziché essere riuniti per l’attacco contro importanti obbiettivi strategici come fabbriche di carri armati ed aerei.
La produzione dell’Aeronautica sovietica rimase perciò indisturbata e poté essere considerevolmente aumentata. Senza tenere alcun conto dei numerosi aerei perduti, le rosse armate dell’aria continuarono a rifarsi vive sui campi di battaglia con sempre nuovi apparecchi. Lo stesso discorso valeva per i carri armati, la cui produzione poté continuare indisturbata o quasi finché una grande parte della Luftwaffe dovette essere impiegata direttamente nell’appoggio all’esercito.
Le esigenze poste dalla guerra sui vari fronti superavano le forze dell’aviazione tedesca. La crisi di sviluppo e di produzione che nel 1941 portò alla morte di Udet, fu la prova lampante di una scarsa preveggenza da parte dei quadri dirigenti che a quell’epoca avrebbero voluto aver vinta la guerra da un pezzo. Lo scarso interessamento per i nuovi tipi di aerei ebbe gravi ripercussioni. Fu necessario continuare a costruire i vecchi tipi che ben presto, soprattutto in Occidente, non furono più in grado di tener testa agli apparecchi e alle armi perfezionate dell’avversario.


Il teatro del Mediterraneo nel 1942


Le catastrofiche perdite subite dai convogli italo-tedeschi con i rifornimenti per il fronte nordafricano durante l’autunno del 1941 costrinsero il comando tedesco a distaccare ancora una volta una squadra aerea in Sicilia. L’inizio della seconda offensiva aerea contro Malta nei primi mesi del 1942 rese subito meno precaria la navigazione dei convogli. L’interdipendenza tra la neutralizzazione di Malta e le vicende sul fronte nordafricano era palese: al potenziamento degli attacchi contro Malta corrispose un potenziamento del flusso dei rifornimenti a Rommel. Questi, alla fine, fu in grado di lanciare l’offensiva dalle posizioni di Ain-el-Gazala.
Il corollario logico, cioè la conquista di Malta mediante un’operazione di sbarco aeronavale, venne progettato, ma non realizzato. Il momento più propizio, in concomitanza con la possente offensiva aerea contro Malta nell’aprile 1942, non venne sfruttato. Hitler lasciò agli italiani il compito di dirigere le operazioni di sbarco, ma nel contempo non nutriva alcuna fiducia nella loro capacità di resistenza. La progettata operazione "Ercole" venne alla fine abbandonata per opera di Rommel che dopo la rapida conquista di Tobruk credeva di raggiungere con una sola puntata offensiva il Nilo.
Per fare massa sul proprio fronte, Rommel chiese ed ottenne il concorso di tutti i mezzi dell’aviazione tedesca esistenti nel teatro di guerra del Mediterraneo. L’obbiettivo Cairo non venne raggiunto mentre Malta, non più attaccata, si riprendeva rapidamente. I convogli con i rifornimenti destinati a Rommel ricominciarono a registrare gravi perdite. La battaglia per la conquista dell’Africa settentrionale era perduta.
Dal punto di vista tattico, l’offensiva contro Malta dimostrò che l’impiego di grandi formazioni di bombardieri era da preferirsi agli attacchi individuali in picchiata (imposti a oltranza dal capo di stato maggiore Jeschonnek) per quanto numerosi fossero gli stuka impegnati, quando si trattava di fare massa su obbiettivi come aeroporti o installazioni portuali. Su Malta vennero effettuati (per colpire obbiettivi militari!) i primi "bombardamenti a tappeto" della seconda guerra mondiale.


La guerra aerea sul mare


Gli attacchi dei bombardieri tedeschi contro la flotta inglese e il traffico marittimo dei rifornimenti degli alleati rimasero sin dall’inizio pregiudicati dal fatto che l’aviazione tedesca non era riuscita ancora, nel quadro di una preparazione troppo affrettata, ad addestrare singole squadre alla lotta sul mare. Ciò era previsto soltanto nella fase 1940-1942 del piano; prima del 1942 infatti non era prevista una guerra, come Hitler aveva ripetutamente assicurato ai comandanti in capo dell’aviazione e della marina.
Una proficua collaborazione tattica tra l’aviazione e la marina poté essere realizzata nel corso di ben poche operazioni aeronavali, nonostante la buona volontà e i molteplici tentativi. L’aviazione poté soddisfare solo raramente le esigenze della marina che chiedeva un più completo appoggio aereo. Questo perché le crescenti esigenze di tutti fronti terrestri durante la prosecuzione della guerra superavano da sole le forze dell’aviazione stessa.
Gli idrovolanti in un primo tempo preferiti dall’aviazione della marina si rivelarono (a prescindere dal raggio d’azione) inferiori per caratteristiche e capacità di volo agli aerei terrestri con carrello retrattile. La sostituzione degli idrovolanti con Ju 88 e altri tipi di aerei terrestri nei gruppi dell’aviazione costiera ebbe peraltro spesso come conseguenza l’impiego di questi gruppi sui fronti terrestri, per cui venivano completamente sottratti alla condotta della guerra sul mare.
Gli attacchi contro bersagli mobili e maneggevoli richiedono, per essere efficaci, una notevole misura di addestramento ed esperienza. La tattica d’attacco dovette subire frequenti mutamenti per adattarsi alla capacità di ripresa dell’avversario. Il metodo adottato dall’aviazione, basato sul principio dei punti di forza e consistente nell’impiego occasionale di stormi da bombardamento terrestre contro obbiettivi navali, non poté perciò assicurare successi decisivi. La speranza, alimentata ad arte, di mettere fuori combattimento la flotta inglese con bombardamenti dell’aviazione, non fu coronata da successo. Soltanto nelle acque in prossimità delle coste, dove l’aviazione aveva il dominio dell’aria (come intorno a Creta), gli attacchi decisi contro la flotta avversaria ebbero successo. D’altra parte la Germania non possedeva portaerei pronte ad entrare in azione, in grado di trasferire la base aerea in mare aperto.
Anche l’impiego delle mine aeree e dei siluri aerei soffrì per la mancanza di un comando unitario. In particolare, lo sviluppo del siluro aereo, affidato all’Istituto sperimentale per siluri della marina, per molto tempo non registrò risultati utilizzabili. Solo a partire dal 1942 (se si prescinde da pochi aviatori della marina) cominciarono ad essere impiegati gli aerosiluranti. In quell’epoca peraltro, potevano considerarsi già tramontati i tempi dell’aereo provvisto di siluri che sorvola lento e scarsamente manovrabile il mare.
Le gravi perdite subite dal PQ 17 ebbero la loro origine soprattutto nella errata valutazione della situazione da parte dell’ammiragliato inglese, che sciolse il convoglio in un momento critico, togliendogli in tal modo la migliore protezione che aveva. Le perdite ridotte registrate dal successivo PQ 18 si spiegano tra l’altro con l’atteggiamento di Göring, che voleva a tutti i costi assicurarsi un successo di prestigio con l’affondamento di una portaerei inglese. In seguito, le condizioni atmosferiche dovute all’inverno polare e le forti misure difensive approntate dall’aviazione della marina inglese nella scorta dei convogli non consentirono più la realizzazione di successi degni di nota dell’aviazione tedesca contro i convogli in navigazione nell’oceano Artico.


La Russia segna il destino


Dopo il fallimento della guerra lampo del 1941 in Russia, durante la quale la Luftwaffe era stata impiegata quasi esclusivamente nell’appoggio diretto e indiretto dell’esercito, la "guerra aerea strategica" contro l’industria degli armamenti avrebbe dovuto avere l’assoluta precedenza. Ciò sarebbe stato tanto più necessario poiché la sempre più crescente produzione russa, soprattutto di carri armati, cannoni e caccia-bombardieri, cominciava a farsi sempre più sentire sul fronte orientale tedesco presidiato da un numero troppo ridotto di truppe. La Germania produsse dal 1941 fino alla fine della guerra qualcosa come venticinquemila carri armati; i russi nello stesso periodo ne costruirono sei volte di più.
Più ancora che durante la battaglia d’Inghilterra, la Luftwaffe lamentava, per attacchi simili contro obbiettivi strategici, la mancanza di bombardieri quadrimotore. Il modello He 177, costruito in vista di queste esigenze, non poté mai entrare in azione poiché lo stato maggiore della Luftwaffe gli voleva attribuire la capacità di attaccare in picchiata. Attacchi in massa contro i punti chiave dell’industria sovietica degli armamenti avrebbero tuttavia ottenuto sensibili effetti anche con l’impiego degli stormi di Ju 88 e He 111, anche se costretti a operare ai limiti del loro raggio d’azione, come pochi attacchi “strategici”, scatenati nella primavera del 1943 ebbero a dimostrare. La Luftwaffe venne invece continuamente impiegata, sparpagliata un po’ dappertutto, in attacchi diretti sul fronte. Ma l’industria sovietica degli armamenti riuscì a neutralizzare tutte le perdite, per quanto grandi fossero i successi riportati dall’aviazione sui campi di battaglia. L’avversario divenne con l’andar degli anni sempre più forte.
Hitler reagì alla debolezza dell’esercito tedesco nelle battaglie invernali non già, come gli veniva sempre consigliato, con un arretramento e accorciamento del fronte, per rendere disponibili truppe, bensì con spietati ordini di resistenza a oltranza. Ciò produsse lacerazioni nel fronte e procurò alla Luftwaffe, con il rifornimento di grandi unità bloccate, nuovi gravosi compiti. Il riuscito ponte aereo e conseguente rifornimento di un grosso corpo d’armata nella sacca di Demjansk ebbe sinistre conseguenze. Quando la VI armata venne circondata dai russi alla fine di novembre 1942 presso Stalingrado, l’alto comando tedesco ritenne possibile anche il rifornimento di questa grande unità.
Ciò nonostante, la decisione di Hitler di far resistere un’armata di duecentocinquantamila uomini a Stalingrado e di proibirle la sortita, è stata presa indipendentemente dal problema di una possibilità o no del rifornimento aereo. I comandanti della Luftwaffe al fronte, ivi compreso quello della quarta armata aerea, von Richthofen, hanno messo in rilievo sin dall’inizio, con tutti i mezzi a loro disposizione, la irrealizzabilità del rifornimento per via aerea loro ordinato. Hitler non ha voluto tener conto delle loro argomentazioni e ha sacrificato scientemente la VI armata. La disperata lotta della Luftwaffe nella difesa di Stalingrado, con mezzi insufficienti e sotto la continua minaccia delle condizioni atmosferiche e del nemico che attaccava i campi di volo costituisce uno dei capitoli più tragici della storia della guerra.
L’ultima grande offensiva tedesca sul fronte orientale, l’operazione "cittadella" nel luglio 1943, vide ancora una volta la Luftwaffe impegnata nella lotta nel punto di forza, con millesettecento bombardieri, caccia e cacciabombardieri. Nonostante i numerosi successi isolati, come la distruzione di intere brigate corazzate sovietiche unitamente con attacchi dall’aria, l’obbiettivo dell’operazione non venne raggiunto. Il nemico era diventato strapotente. Da quel momento in poi, la sempre più percepibile debolezza dell’esercito costrinse l’aviazione, sparpagliata lungo tutto il fronte, a impegnare in misura sempre maggiore gli aerei in interventi diretti sul campo di battaglia, un compito disperato e impossibile per l’aviazione da bombardamento.


La battaglia aerea sulla Germania


Soltanto per un breve periodo, fino alla sconfitta della Russia, la Luftwaffe avrebbe dovuto nel 1941 fare massa sul fronte orientale, per impegnarsi subito dopo con tutte le energie disponibili nuovamente in occidente, contro l’Inghilterra. In realtà l’intervento sul fronte orientale si tradusse in una serie di battaglie di logoramento che di anno in anno chiesero sacrifici sempre maggiori. In occidente invece, l’aviazione tedesca continuò a rimanere debole mentre gli inglesi (e, a cominciare dal 1942, anche gli americani), poterono prepararsi con tutta tranquillità alla guerra aerea contro la Germania.
La Luftwaffe alimentò la speranza che la sua caccia numericamente ridotta avrebbe respinto le incursioni nemiche diurne grazie alle elevate perdite che avrebbe inflitto all’avversario, e che d’altra parte i bombardieri non sarebbero stati capaci di colpire i bersagli nelle incursioni notturne. Il rapporto delle forze mutò tuttavia in senso sempre più favorevole agli alleati. Nuovi procedimenti applicati alla navigazione aerea e alla individuazione dei bersagli portarono a bombardamenti notturni precisi.
Il numero di successi riportati dalla caccia notturna aumentò progressivamente, ma non poté tenere il passo con la crescente consistenza numerica delle formazioni di bombardieri degli alleati. Il procedimento dei "letti a baldacchino", consistente nello stretto contatto radiofonico di isolati caccia notturni con il comando a terra che provvedeva a mettere "in contatto" i caccia con i bombardieri avversari, si rivelò valido solo fino a quando i bombardieri si avvicinavano all’obbiettivo e si allontanavano da esso isolati e su un ampio fronte. Alla mutata tattica di avvicinamento delle formazioni di bombardieri chiuse, la difesa aerea dovette contrapporre la caccia d’inseguimento notturno, durante la quale i caccia dovevano localizzare per proprio conto, con l’aiuto dei radar di bordo, l’avversario.
La promettente "caccia notturna a largo raggio" fino alle basi di partenza in patria dei bombardieri inglesi, venne ripresa solo periodicamente e in misura ridotta. I bombardieri inglesi erano particolarmente vulnerabili durante le difficoltose manovre di decollo ed atterraggio, tanto più che molti di questi ritornano gravemente danneggiati dalla lotta aerea sostenuta sopra la Germania. Il fatto che questi bombardieri non venissero più attaccati proprio in quel momento, e anche che le loro basi, quasi sempre ben illuminate, rimanessero intatte, ha contribuito in misura notevole al rafforzamento dell’aviazione da bombardamento inglese.


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Pierluigi Ferrara si occupa di progetti
internet lavorando per ZeroDelta.
A tempo perso si diletta nella raccolta e nello studio di materiale
relativo a uomini, operazioni e mezzi che parteciparono alla Seconda
Guerra Mondiale
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Montagna e salute

Chi vuole praticare escursioni in alta montagna, arrampicata o alpinismo sottoponendosi a lunghe ore di cammino, di stress fisico, di salite estenuanti non può prescindere dal godere di ottima salute.

Indubbiamente bisogna conoscere bene il proprio corpo, le proprie forze, i propri limiti fisici, senza mai sopravvalutare la capacità di resistenza, questo perché la fatica che insorge in montagna, per le conseguenze che comporta, è più subdola e pericolosa della fatica alla quale siamo abituati nella vita di tutti i giorni. Basti considerare quanto possano essere gravi in questo contesto gli effetti che derivano dal primo importante sintomo della stanchezza ovvero il calo dell'attenzione.

Ma che cosa fare per valutare il proprio stato fisico e di salute?

A chi vuole intraprende salite molto difficoltose e con condizioni ambientali difficili si suggerisce sempre di parlarne prima di tutto con il proprio medico curante, mettendo da parte paure e falsi pudori e pigrizia.
Il vostro medico saprà aiutarvi meglio di quanto crediate, i suoi consigli vi daranno la dimensione di quello che potrete e/o non potrete fare in montagna.

Innanzitutto bisogna avere l'abilità ortopedica e non avere avuto problemi recenti.
Avventurarsi con tendiniti croniche, nevralgie, artriti, lombaggini è altamente rischioso, poiché in queste condizioni si tende ad appoggiare in modo errato il piede e, oltre a peggiorare la situazione, si rischiano incidenti e cadute dovute alla scarsa coordinazione.

Poi bisogna assicurarsi della propria idoneità cardiaca e per questa abbiamo bisogno del medico. Una prima visita indagherà sul nostro passato: abbiamo mai avuto problemi durante lo sforzo (dolori, affanni, palpitazioni irregolari), abbiamo mai avuto svenimenti? Si ricordi che lo svenimento è nella maggior parte dei casi un fenomeno benigno specialmente in chi ha una pressione arteriosa bassa, e in chi beve poco d'estate.
Poi il medico dovrebbe auscultarci il torace e capire se abbiamo soffi, se ne nota qualcuno ecco che dovrebbe, per sicurezza, chiedere un ECOCARDIOGRAMMA DOPPLER, tuttavia di solito questo non è necessario, non è di routine.
Quello che invece è obbligatorio è il classico ELETTROCARDIOGRAMMA, che purtroppo ci dice poco, perché il cuore viene studiato nel suo metabolismo a riposo.
Per questo motivo l'esame principe dell'aspirante alpinista è l'ELETTROCARDIOGRAMMA SOTTO SFORZO, che studia il metabolismo cardiaco sotto pressione, consentendo di rilevare la più piccola anomalia, specialmente se il muscolo cardiaco non riesce a ricevere il massimo di ossigeno tramite la circolazione delle arterie coronarie.
La maggior parte (80%) delle morti improvvise sono dovute all'ischemia (=mancanza di ossigeno al muscolo cardiaco) e la causa del mancato arrivo di ossigeno è un'ostruzione alla circolazione all'interno delle coronarie. Purtroppo l'intasamento si verifica velocemente, però sappiamo che il tappo (una trombosi = coagulo) si forma solo sopra una placca di colesterolo, la quale si forma lenta, negli anni, all'interno della coronaria. Pertanto l'importante è scoprire le placche (la aterosclerosi ???), e il modo più semplice che abbiamo è l’elettrocardiogramma da sforzo. Ci sono altre analisi possibili, per esempio scintigrafia con radioisotopi, TAC, coronarografia mediante cateterismo, ma sono molto più complicate.
L' elettrocardiogramma da sforzo è consigliabile all'alpinista che ha più probabilità di avere aterosclerosi: chi ha più di 45 anni, chi fuma, chi è sovrappeso, chi ha il colesterolo alto, chi ha la pressione alta, chi è diabetico.

Visto che poi nello sport di resistenza come l'alpinismo conta una buona ventilazione polmonare, bisogna escludere un’importante asma bronchiale, la bronchite cronica, l'enfisema. Con l'auscultazione dei polmoni si può appurare il loro stato di salute, ma in casi sospetti si deve ricorrere alla SPIROMETRIA. E' da notare che un lieve asma non è una controindicazione all'attività. L'alta quota, inoltre, è un ambiente povero di agenti e polveri allergizzanti, tuttavia è sufficiente sapere di avere tale problema e portarsi dietro lo spray broncodilatatore.

Periodicamente (ogni tre quattro anni) va fatto un completo esame del sangue: questo ci dà una panoramica generale sullo stato di salute dei reni, del fegato, sul numero di cellule circolanti. Ad esempio pochi globuli rossi indicano un certo grado di anemia, è il classico problema dello sportivo che si nutre con una dieta povera di carne e con una minima ma costante distruzione dei globuli rossi (emolisi all'interno della pianta del piede durante la marcia).

Talvolta pure un atleta sano può accasciarsi colto da sincope o purtroppo da morte improvvisa, è quel tipo di notizia che si legge ogni tanto sulle cronache sportive. Ciò è dovuto ad un'aritmia fatale detta fibrillazione ventricolare. Di solito essa è appannaggio dei cardiopatici e di chi ha un cuore fortemente ischemico, malforme dalla nascita, ma può colpire pure lo sportivo sano principalmente in due casi: il dopato di cocaina o il disidratato.
La disidratazione in montagna è pericolosissima, è spesso poco avvertita, poiché l'alpinista può sentire freddo, può essere concentrato sulla scalata, ma non avere sintomi evidenti della disidratazione la quale unita alla forte sudorazione si accompagna alla perdita di potassio e magnesio. Questi elettroliti sono fondamentali per l'equilibrio elettrico cardiaco. Ecco perché una carenza di questi sali minerali può creare un disordine nel cuore e far scaturire una fibrillazione mortale. E' sufficiente assumere ogni volta un po’ di sali disciolti in acqua, o un succo di frutta per azzerare quasi completamente questo rischio. Naturalmente questi sali sono pure contenuti nei cibi, specialmente la frutta.

In definitiva l’elettrocardiogramma da sforzo rappresenta un valido strumento di diagnosi della propria condizione fisica, soprattutto se si devono affrontare una serie di impegni alpinistici agonistici; deve obbligatoriamente eseguirlo chi ha compiuto 45 anni, o presenta i fattori di rischio per aterosclerosi.
Inoltre è sempre bene presentarsi alla scalata in forma, allenati, ma con almeno tre giorni di riposo alle spalle, e con una bottiglietta di sali minerali nello zaino.

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Alessandro Vittore


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Alcuni consigli per i regali alla fidanzata

Ogni anno diventa sempre più difficile trovare un regalo adatto per la fidanzata, un regalo che la faccia emozionare e le faccia brillare gli occhi dalla felicità.

Sembra un'impresa insormontabile, giorni e giorni di dubbi, richieste di aiuto, tentativi di capire cosa potrebbe desiderare sopra ogni altra cosa in questo momento. Eppure ogni volta riusciamo a portarla a termine, anche se magari non sempre con i risultati sperati. Ci sono regali che hanno più successo e altri meno. Ci sono regali che hanno solo un'utilità pratica e altri che hanno un significato simbolico.

Ma quale delle due cose scegliere? Cosa apprezzerebbe di più? Il gesto o l'oggetto?

Iniziamo col dire che ogni donna fa un po' storia a sé, alcune amano moltissimo oggetti magari di poco valore ma che esprimono i vostri sentimenti per loro. Ci sono ancora moltissime donne per esempio che dormono col letto ricoperto di peluche, o che si circondano di fotografie di amici, parenti, fidanzati, anche se li vedono tutti i giorni. Molte altre invece amano ricevere regali che possano usare, o indossare ancora meglio. Vestiti, borse, scarpe, intimo sono regali che faranno sempre felice un donna.

E' chiaro che occorre prima di tutto capire a quale dei due gruppi appartiene la donna del vostro cuore. Un'impresa tutto sommato facile se vi fermato un secondino a leggere i segnali che lei vi manda. Perché una donna manda sempre dei segnali, che l'uomo li stia recependo o meno. E a prescindere dal regalo per ragazza nulla la farà più felice che sapere che è ascoltata e compresa anche quando non dice le cose chiaramente.

Certo classificare le donne solo in due categorie così ampie è molto riduttivo, spesso i limiti non sono netti ma estremamente fluidi. Dipendono dalle situazioni, dalle occasioni, dallo stato d'animo in cui si trovano. Detto questo voi ancora non avete idee di regalo per donna e di cosa regalare alla vostra fidanzata, non disperate è normale. Eppure le alternative certo non mancano. Dagli oggetti da gioielleria si può spaziare fino all'abbigliamento e a tutti gli accessori connessi.

Se non siete sicuri di incontrare i suoi gusti, meglio ripiegare su altre cose, come per esempio un profumo. Ma potreste pensare anche al reparto tecnologia, come per esempio un iPod o i tanti accessori correlati. Anche le console di gioco ora stanno indirizzandosi sempre più verso il pubblico femminile, con nuovi colori e nuovi giochi che potrebbero divertire anche le ragazze. Se è una persona sportiva si apre tutto l'universo dell'abbigliamento sportivo o comunque degli accessori per lo sport.

Insomma non è certo un compito impossibile trovare un regalo per il compleanno della donna, sicuramente pensandoci un po' riuscirete a portarlo a termine come ogni anno. E se proprio non trovate nulla che vi soddisfi completamente, potete sempre scriverle il più romantico dei biglietti d'auguri.

Oppure cucinare per lei una romantica cenetta. Se non volete cucinare, mettete in valigia un bel costume nuovo e fatevi un bel viaggetto insieme, anche di pochi giorni e di certo il vostro amore risplenderà e trionferà!

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A cura di Martina Meneghetti

Prima Posizione Srl - Indicizzazione su Google


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Il 23 Febbraio 2007 è stato pubblicato, sulla Gazzetta Ufficiale n. 42, il Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico del 19 Febbraio 2007, relativo ai criteri per l’incentivazione della produzione di energia elettrica mediante conversione fotovoltaica della fonte solare, denominato “Conto Energia”.


Il conto Energia è una forma di incentivazione legata all’uso di energia elettrica prodotta dal Sole, di cui possono beneficiare sia privati cittadini così come comuni, enti pubblici o aziende.


Le tariffe incentivanti hanno una durata di 20 anni dalla data di avvio dell’impianto fotovoltaico e consentono al soggetto proprietario dell’impianto di guadagnare, dalla produzione di energia elettrica, rivendendola al gestore GSE.


I moduli fotovoltaici possono essere installati su un tetto, pareti verticali o a terra, purché sussistano alcuni requisiti che sono necessari alla corretta esposizione dei pannelli al sole; in particolare:



  • Corretta inclinazione dei pannelli (30°-35°)

  • Disponibilità di spazio sufficiente (circa 8 mq per poter produrre 1 kWh di potenza)

  • Possibilità di esporre i pannelli verso sud, sud-est o sud-ovest

  • Assenza di ostacoli che mettano parte o tutti i pannelli in ombra


La non osservanza di questi requisiti comporta una diminuzione della producibilità massima ottenibile della corretta installazione dell'impianto fotovoltaico. I pannelli possono essere integrati sul tetto o con la struttura portante poggiata sul tetto medesimo o, ancora, messi in posa su di un terreno.


La capacità produttiva dei moduli fotovoltaici varia in base alla zona d’Italia dove sono posizionati; inoltre la potenza, che si esprime in Kilo Watt di Picco (kWp) dipende da una serie di altri fattori tra cui:



  • Durata della radiazione solare nel luogo specifico

  • Condizioni operative dei moduli

  • Variazioni climatiche durante l’anno

  • Dimensione dell’impianto stesso (mq di pannelli installati)


La vita utile di un impianto fotovoltaico è attestata intorno ai 25 anni per i pannelli. I moduli hanno un'ulteriore garanzia aggiuntiva sulla potenza prodotta: si garantisce una produzione non inferiore all'90% del nominale in 12 anni e dell'80% in 25 anni. Gli inverter hanno una durata inferiore, ma sono elementi dal costo abbastanza contenuto e facilmente sostituibili, oltretutto coperti da garanzie estensibili anche a 12 anni dalla data di acquisto.


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Pier Luigi Spampinato


Romana Ambiente S.r.l. - Sistemi Integrati per l'Ambiente


www.romanambiente.it


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Col passare degli anni il mondo dell'università sta cambiando notevolmente e dimostra di voler prestare una sempre maggiore attenzione alla realtà produttiva esterna. I vari seminari, corsi, master che vengono frequentemente organizzati e allestiti sono proprio rivolti alla possibilità di voler rendere più accessibile la soglia delle ristrette esigenze curriculari, al fine di creare un maggior collegamento tra le conoscenze acquisite e gli sbocchi produttivi esistenti.

Cosa dice la legge
La legge di riferimento in questo senso è la n. 449 del 27 dicembre 1997, la quale elargisce crediti di imposta a imprese e soggetti di diversa natura dietro una assunzione degli oneri relativi a borse di studio che sono state concesse per la frequenza a corsi di dottorato di ricerca, nel caso in cui il relativo programma di ricerca sia concordato con il soggetto di cui al presente comma e nei casi di assunzione a tempo pieno... di titolari di dottorato di ricerca. La legge in questione, intitolata misure per la stabilizzazione della finanza pubblica, ha delineato tali orientamenti al fine di stabilire un'importante e utile connessione fra il mondo della cultura e il mondo del lavoro: ma per quanto riguarda i dottori di ricerca che operano nell'ambito delle materie umanistiche, questi orientamenti non forniscono alcun ausilio. Al contrario, è possibile ipotizzare che i provvedimenti citati in precedenza creeranno un numero spropositato in favore dei posti di dottorato istituiti nelle facoltà scientifiche e tecnologiche che, essendo favorite nel mantenere delle relazioni durature e importanti col mondo dell'impresa, potranno usufruire di sostanziose integrazioni economiche volte a finanziare borse dottorali, mediante convenzioni con soggetti pubblici e privati che sono in possesso dei requisiti di elevata qualificazione culturale e scientifica e di personale, strutture ed attrezzature idonee.

Gli svantaggi del dottorato di ricerca
L'iniziativa del dottorato di ricerca presenta essenzialmente due svantaggi: anzitutto, la struttura tradizionale della Laurea è rimasta immutata e senza sostanziali variazioni, con una durata che è generalmente superiore alla durata media degli altri paesi, mentre il dottorato di ricerca è un'iniziativa che si è semplicemente aggiunta. Inoltre, il fatto che non si sia richiesto e dato alcun privilegio e vantaggio al dottorato per quanto riguarda l'accesso al mondo delle professioni, ha privato il dottorato stesso di un ruolo essenziale nella ricerca lavorativa. Il dottorato è dunque diventato semplicemente un titolo di mero significato accademico, valutato e richiesto soltanto con finalità propedeutiche alla futura carriera universitaria e di ricerca. In alcuni dottorati, poi, specialmente quelli delle materie scientifiche, il dottorato viene ridotto spesso a una semplice continuazione della tesi di laurea e un percorso obbligato al mondo della ricerca. In questo caso, infatti, il dottorato di ricerca assume i contorni di un mezzo di sfruttamento di lavoro semigratuito e un supporto non legale alla reale attività didattica. Nell'ambito delle professioni esso contraddistingue una sorta di apprendistato, pagato dallo Stato, necessario per essere cooptato con i tipici fenomeni di dipendenza lavorativa.

Materie scientifiche
Nell'ambito delle materie scientifiche il dottorato di ricerca ha subito delle pesanti ripercussioni sulla sua stessa struttura, soprattutto a causa della sua eccessiva accademizzazione: come primo aspetto che risalta in questo senso c'è il fatto che si è completamente rinunciato a rendere il dottorato un livello culturalmente più elevato della laurea, a causa di corsi di insegnamento troppo generici e dedicati a persone con interessi diversi (tra l'altro sono dei corsi gestiti male, perché svolti a titolo gratuito e spesso coincidenti con corsi specialistici del corso di laurea, con una conseguente scarsa correlazione tra la capacità di apprendimento degli studenti e il livello del corso stesso). Un altro aspetto che bisogna sottolineare è la presenza del concorso selettivo di ingresso: in questo caso si ottiene generalmente una borsa di studio che permette di frequentare il dottorato. Questo elemento favorisce sicuramente una sorta di contrapposizione tra i dottorandi per l'inserimento nel mondo della ricerca: si andranno dunque a curare maggiormente i risultati pratici (pubblicazioni o titoli equivalenti...) piuttosto che il miglioramento della preparazione personale.

La borsa di studio
La borsa di studio relativa al dottorato di ricerca si è evoluta nel corso del tempo, sotto la spinta di particolari interessi. Inizialmente il numero di posti di dottorato era limitato a causa del numero di borse di studio assegnate a ogni facoltà e da queste ultime a ogni materia specifica. La selezione dei candidati idonei avviene tramite concorso generalista, un concorso che dovrebbe premiare il merito, ma non perfettamente definito nel dettaglio dei suoi obiettivi. Attualmente si è però proceduto verso la soluzione delle borse sponsorizzate, ovvero pagate da enti nazionali di ricerca (come ad esempio il CNR, ENEA...): tra l'altro vi sono anche alcune realtà più avanzate, di industrie private che hanno convenienza a veder preparate, a un costo modesto, persone di alta qualificazione. Le borse di studio sponsorizzate vengono pagate quindi da enti esterni al fine di svolgere un lavoro di ricerca su un tema preciso e rappresentano una soluzione senz'altro utile, rappresentando una sorta di anticamera per un lavoro vero e proprio successivo.

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Simone Ricci e Franco Spada per BorsaeDintorni.it, sito di approfondimento dedicata all'economia, alla finanza e alla borsa italiana


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